giovedì 13 marzo 2014

TuttoFaMedia

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Velluto, costine, new balance

Posted: 13 Mar 2014 04:29 AM PDT

L’autobus mi lascia alla fermata Rue du Bac. Il quartiere lo conosco poco, quel poco che conosco lo associo a salti come i pazzi nei giorni di vittorie: 3, 2, 1 on a gagné (era il 2012, eravamo contenti, come solo gli imbucati a una magnifica festa di sconosciuti). Cammino un po’, arrivo in rue de Grenelle, guardo a destra, guardo a sinistra, di nuovo a destra: la bandiera, enorme, tricolore, l’Italia, è là, ferma. A Parigi non c’è quasi mai vento: è per questo.

 

 

Blizzard

 

 

 

Sono già stato all’Istituto italiano di cultura, una volta per un concerto jazz, un’altra per un incontro con Walter Siti. Walter Siti è uno di quelli che meriterebbe di essere ascoltato, senza dire nulla, tipo per sempre, anche quando non dice nulla, ha questo modo di guardare il proprio interlocutore – di quel giorno mi ricordo soprattutto un dolore qua, al costato: mentre percorrevo questo stesso marciapiede una donna, con un ombrello lungo da qui a qui, chissà perché puntato dritto, mi aveva colpito in pieno, di sorpresa, sua e mia, il che aveva aggiunto nettezza al tutto. MA CHE CAZZO FA SIGNORA mi era uscito spontaneo, in italiano, e lei mi aveva guardato, ridestata dalla mia lingua molto più che preoccupata per aver ferito un innocente. Mi scusi. Aveva detto, anche lei in italiano.

 

 

 

Francesco Piccolo sta passando in rassegna questa mostra che c’è all’ingresso dell’Istituto. Lo riconosco anche se è di spalle. La cosa assurda è che per andare a questi eventi dell’Istituto ti devi registrare sul sito e dire chi sei e chi non sei, numeri di telefono e fedine penali, e poi quando arrivi c’è una tipa che non se ne potrebbe fottere di meno di te, seminascosta dal bancone, vedi solo la sua fronte e lei, là sotto, tecnicamente, potrebbe fare qualsiasi cosa – qualsiasi – e tu – chiunque – puoi entrare liberamente e, che ne so, inveire contro Francesco Piccolo e dirgliene di tutti i colori: se non peggio. Ma non succede, meglio così. Ogni impulso resta fuori di qua, varcata la soglia, finisce in narcosi: i soffitti, il corridoio, la sala degli incontri: c’è tutta una magniloquenza, senti l’importanza, puoi, se chiudi gli occhi, immaginarti i ricevimenti, le feste private e danzanti, le chiacchiere e la boria, la boria soprattutto: ci sono specchi, molti, quanti ne vuoi, e luce, poca, non quanta ne vorresti. Forse per non far vedere che i vetri sono pieni di ditate di gente che una volta qui si stava annoiando a morte e aveva solo quegli specchi per sopravvivere. Sedie, scomode, metà di qua, metà di là. E un pianoforte, sul palco. Un pianoforte chiuso.

 

 

 

Solferino

 

 

 

Sono qui perché tempo fa ho letto questo libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come TUTTI. In realtà ho letto diversi suoi libri, ho visto i suoi programmi televisivi, ho visto credo tutti i film da lui scritti (pure Ovunque sei, quello del pisello di Accorsi e della fica di Violante: fail a molte mani con Contarello, Placido e Starnone: bravi eh) (in quello scatolone che spedii dall’ufficio postale della Tiburtina quella mattina d’inferni e sollievi ci deve essere la sceneggiatura di Paz!, letta e riletta, film visto e rivisto: lo scatolone sta ora in una cantina di Palermo, credo), insomma: due tre idee su Francesco Piccolo me le sono fatte. E oggi ho la ferma intenzione di dire delle cose a Francesco Piccolo, alla fine, quando chiederanno Ci sono domande in sala per Francesco Piccolo? Uno) Alcuni miei amici mi hanno detto di essersi veramente decisi a votare Renzi alle primarie mentre leggevano il suo libro quindi la mia domanda è: Francesco Piccolo, si sente pronto a essere giudicato dalla Storia per questa cosa? Due) Alla fine del libro lei dice che quelli che se ne vanno da “questo paese” è perché si vogliono salvare, beh, io me ne sono andato da “questo paese” non perché mi volessi salvare ma perché “questo paese” ha dimostrato in svariate e insistite occasioni di non volermi, ma manco per il cazzo, quindi ecco in soldoni perché me sono andato, beh sì non è proprio una domanda, piuttosto una considerazione relativa al fatto che, beh, ecco, io non sono come TUTTI e poi Tre) vorrei chiederle come avete fatto a non rendervi conto, mentre preparavate Sanremo, della legnata sui denti che stava arrivando, voglio dire, se ne era accorto persino tvblog.

 

 

Sul palco, dicevo, il pianoforte. Come si chiama quella figura retorica della parte per il tutto? Ecco: il Pianoforte, la Cultura, con le maiuscole. Accanto, ci sono Francesco Piccolo e una signora, una signora importante, a quanto pare. La signora importante, che gestirà la serata, tiene in mano il libro di Francesco Piccolo e dei fogli. E uno smartphone. Saluta la sala, che è mezza vuota, dice che oggi “l’incontro sarà in italiano” e poi aggiunge qualche secondo di silenzio, come dei puntini di sospensione che non completerà (lo faccio io: “tanto, siamo TUTTI italiani”). La prima domanda è la più banale tra le domande che si possano fare a Francesco Piccolo per iniziare una discussione sul libro di Francesco Piccolo, talmente banale che nemmeno me la ricordo (la banalità, per somma e per frazioni, deve essere espulsa prima possibile dai nostri ricordi: riuscirci).

 

 

Francesco Piccolo, gliene va dato atto, non scoppia a ridere (né adesso, né dopo, all’ennessima acqua calda e riscaldata e tiepida che gli verrà sottoposta: “Stendhal diceva che…”) e inizia a parlare. Riconosco la cadenza, mi pare di sentire una versione audiolibro letta proprio da lui. Cita la cosa delle tribù primitive che rischiavano la vita per procurarsi da mangiare ma anche per farsi le collanine, e insomma la sinistra e tutte le cose che ci sono già nel libro – lo abbiamo letto il libro Francesco, sennò ti pare che stavamo qua, che in Francia il libro non è manco uscito, né in originale né coi sottotitoli – ma mentre parla mi accorgo che

 

 

la signora importante inizia a scrivere sullo smartphone, scrive e sorride mentre scrive, cioè sta scrivendo – un messaggio? un whatsapp? – qualcosa che evidentemente si merita il compiacimento del proprio sorriso e lo fa facendo quella cosa che fanno le persone quando usano lo smartphone in circostanze in cui non dovrebbero: lo usa di nascosto, fingendo di NON farlo, che è una cosa assurda se ci pensiamo un attimo, dati i riflettori e dati noi TUTTI che la stiamo guardando e ci stiamo distraendo per colpa sua. Ma ancora è niente. Non paga, la signora importante alza lo smartphone ad altezza viso di Francesco Piccolo e fa quello che fino all’ultimo ho sperato non facesse: scatta una foto. Sempre con quel sorriso in volto. La signora importante ha appena fatto una foto a Francesco Piccolo mentre Francesco Piccolo parlava. O forse no. Me lo sto immaginando. Sì, siccome sono prevenuto dalla cosa dell’usare lo smartphone mentre sei su un palco sotto gli occhi di TUTTI adesso ho le visioni di cose turpi come fare le foto a Francesco Piccolo mentre Francesco Piccolo parla. E lo deve pensare anche lui, che forse ha le visioni, Francesco Piccolo, che rallenta un pochetto la velocità di quello che stava dicendo (ma che continua, in automatico), quasi indeciso se interrompersi – io l’avrei fatto: SIGNORA, SCUSI EH, MA CHE CAZZO FA? – ma poi continua come prima e riprende la velocità di crociera: no dai, non ha scattato una foto, ha solo alzato lo smartphone ad altezza viso di Francesco Piccolo, perché, boh, saranno pure fatti suoi: “ma infatti credo che la forza del libro risieda in quello ch-

 

 

Una tipa, in ritardo, viene a sedersi proprio davanti a me. Giustamente, essendo alta già  un metro e settanta, tiene raccolti i capelli in alto – ma come cazzo puoi stare di cervello se porti ancora i capelli come CLIZIA di Sposerò Simon Le Bon? – e poi, giustamente, si mette a chiacchierare col suo vicino di posto “scusa ho fatto tard- e mi distraggo, ancora: sono costretto a spostarmi per rimettere a fuoco il palco. Il cambio di prospettiva mi mostra Francesco Piccolo sotto una luce diversa, cioè come è vestito: pantaloni e giacca, marroni, di velluto, a costine, e una camicia, grigia, fuori dai pantaloni. Non faccio in tempo a chiedermi come mai non l’avessi notato prima – la parte per il tutto: il pianoforte e la cultura, il velluto a costine e la sinistra, e che sinistra! – quando noto i calzini colorati a righe (calati: drama) e un paio di new balance di colore grigio. Le new balance. Le new balance.

 

 

 

peril-jeune

 

 

 

Quelle new balance, uguali precise, ci sto camminando adesso, su Piazza Fiume, la Rinascente, il pizzettaro e Scienze della Comunicazione, via Salaria 113. Roma. È appena scoppiata una guerra, ci sono lenzuola con le scritte NOT IN MY NAME, il preside – come si chiama? – usa il cortile dell’università per farci pisciare il cane, sto andando a ricevimento dall’assistente di Abruzzese, sto lavorando a questa tesi sulle riappropriazioni palinsestuali della gente cioè di me, all’appuntamento l’assistente mi darà le correzioni dei primi capitoli, io le guarderò, mi farò salire la rabbia al cervello e inizierò una polemica che ci porterà a una quasi amicizia peraltro mai nata: senti, se per te correggermi la tesi significa segnarmi le parole che NON TI PIACCIONO e sostituirle con dei sinonimi CHE TI PIACCIONO possiamo pure finirla qua: le new balance, specie di tatuaggio identitario che però puoi cancellare quando ti pare, e che puoi fare solo in quel venti-qualcosa che è la vita come pensi debba essere vissuta, quando pensavo di Palermo quello che poi avrei pensato di Roma, e dell’Italia:

 

 

mi alzo, esco, alle spalle l’ennesima occasione mancata di chi crede che cultura è innanzitutto lasciare le cose come stanno, dove stanno, amorfe, fesse (l’autobiografia vera o presunta: ancora?), roba che se non avessi già letto il libro l’anno scorso, adesso, questo pomeriggio, lugubre come i saloni morti di cotanta bellezza morta, mi avrebbe convinto a NON leggerlo (ecco a che servono gli incontri letterari andati a male: a far smettere di leggere la gente). Francesco Piccolo, nella prossima cosa che scrivi metticelo un cenno a questa cosa che ti hanno fatto fare oggi, a queste cose, a questi inutili giri di mestolo che non servono a nessuno e nemmeno a te: metticelo or it didn’t happen:

 

 

 

luchini

 

 

 

Parigi in questi giorni è in modalità Mi rimpiangerete amaramente, c’è questa strana foschia a mezza altezza tra la strada e il sole cadente rifratto sui muri, pollution, dice un tipo vestito da barista mentre getta la cicca, dal Comune fanno sapere che vélib’ e autolib’ sono gratuiti per tutti finché non scendono le polveri sottili (“ma all’autolib’ devi essere già iscritto” “E grazie al cazzo allora”), il nuovo disco di Micah P. Hinson mi sta gettando nel puro scompiglio: nella buca delle lettere trovo la Carte électorale che aspettavo da settimane: il tricolore, quello nuovo, quello del ‘blu is the new verde’. Sopra c’è scritto il mio nome, proprio il mio, il sindaco, l’indirizzo della scuola dove dovrò andare tra qualche settimana per votare, le municipali e poi le europee. Mi rigiro questo foglietto tra le mani, penso che devo capire bene come funziona, è la prima volta che voto in francese, mi immagino una specie di emozione da debutti-qualsiasi, mi viene in mente, sorrido, il casino che fa il personaggio di Sara Forestier in Le nom des gens, poi mi passano veloci immagini dalla stazione la Part-Dieu di Lyon e di quella mia amica amica anche di Francesco Piccolo e sì, devo andarci preparato, corro il rischio finalmente di votare qualcuno che riesca a vincere, non posso mica farmi sgamare come impostore, no: il desiderio di essere come tutti, gli altri.

 

 

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